Dietologo
Dott. Marco Missaglia

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OLIO DI PALMA

La Malesia ha aperto un sito per rispondere alla campagna contro l'olio di palma ed evidenziarne i benefici, ma medici e ricercatori lo bocciano: fa aumentare il rischio di malattie cardiovascolari
Nessun alimento è più nell’occhio del ciclone dell’olio di palma. Tanto che molte aziende lo stanno via via sostituendo con quello di girasole o (purtroppo) di cocco, anche se resiste, come in un fortino, nella golosa Nutella. Eppure chi ha visitato il padiglione della Malesia, durante il recente Expo di Milano, si sarà stupito nel vedere un’intera sala dedicata a decantare i benefici effetti di quest’olio indicato come «buono per il cuore», «campione di vitamine»; un prodotto che «nutre tre miliardi persone in centocinquanta Paesi» e «dà impiego a più di mezzo milione di persone».
A seguito delle tante campagne ostili, emblematica una puntata di Report, la Malesia ha deciso di passare al contrattacco. Il Consiglio malese per l’olio di palma (Mpoc), un’agenzia che mira a promuovere l’espansione del suo mercato (in Italia nei primi dieci mesi del 2015 le importazioni di olio di palma dalla Malesia sono raddoppiate arrivando a 307 mila tonnellate, contro le 184mila tonnellate dello scorso anno) ha lanciato un sito informativo completamente in italiano per dire la verità su questo contrastato argomento e riferire i «numerosi vantaggi ambientali e salutari dell’olio di palma».
n, amministratore delegato del Consiglio malese per l’olio di palma – si propone di rendere pubbliche verità scientifiche sull’olio di palma e contrastare gli attacchi antiscientifici e allarmistici di alcune organizzazioni e parlamentari italiani, con studi e fatti comprovati. Mpoc invita il governo italiano a sostenere l'olio di palma e opporsi alla campagna ingannevole intrapresa dal Fatto Alimentare e dal Movimento 5 Stelle. I consumatori italiani meritano di meglio di questi finti allarmismi. I fatti riguardanti la Malesia e l'olio di palma sono chiari: si tratta della coltura di semi oleosi più efficiente al mondo, fornisce lavoro a milioni di persone e la Malesia è leader mondiale nella protezione delle foreste e nella conservazione dell'ambiente, come provato dagli studi delle Nazioni Unite».
In effetti la Malesia è il secondo produttore mondiale di olio di palma nonché uno dei maggiori esportatori in Europa. Impiega 570mila persone più altre 290mila indirettamente. Dagli anni '60, grazie all’olio di palma, la povertà in quel Paese è stata ridotta dal 50 per cento a meno del 5 per cento. Dunque, qualche motivo di combattere, come una tigre, ce l’ha. Tanto da arrivare a dire, con involontaria comicità, che «è riconosciuto dagli scienziati come il miglior sostituto degli ingredienti alimentari che contengono acidi grassi trans».
«Dicono che l’olio di palma è meglio dei grassi trans? Eh, grazie! – sorride Anna Villarini, biologa e specialista in Scienza dell’alimentazione, ricercatrice al dipartimento di Medicina predittiva e per la prevenzione dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano – Che sia migliore degli oli idrogenati e delle margarine non c’è dubbio, questi ultimi sono a oggi i più importanti fattori di rischio cardiovascolare, superiori ai grassi saturi del burro. I grassi trans ci hanno danneggiato la salute inconsapevolmente: essendo di derivazione vegetale non c’era la percezione che potessero fare male. L’olio di palma così come arriva in Italia è similare al burro, ricco di grassi saturi che non fanno bene al cuore. Ma ha anche una buona percentuale di un olio che nel burro invece è meno rappresentato, ovvero il palmisto, che ha il più alto potere aterogeno conosciuto (capace di favorire la genesi dell’aterosclerosi - ndr). Quindi – sottolinea – è un grasso che se consumato occasionalmente non dà problemi, ma se viene consumato in grande quantità, come avviene oggi, visto che c’è in quasi tutti i prodotti in commercio, dolci, salati, creme, gelati, allora può creare danni. Tra le argomentazioni a favore dell’olio di palma – precisa – si dice che contiene acido oleico, un grasso che fa bene e presente soprattutto nell’olio di oliva. Ma la verità è che ne ha poco, mentre nell’extravergine la maggior parte del grasso è proprio l’oleico. Il vantaggio per la salute dunque va a scomparire. La Malesia – continua – immagino tenda a parlare dell’olio di palma come l’hanno conosciuto a livello locale. Un olio, cioè, estratto direttamente dalla palma che ha un colore rossastro prima della raffinazione. Il rosso denota la presenza di tutta una serie di antiossidanti che potrebbero anche andare a contrastare lo stress ossidativo di questo grasso aterogeno. A noi però – fa notare – arriva un olio raffinato che perde tutta quella quota di antiossidanti, resta solo il grasso aterogeno, mentre quello oleico è pochissimo. Ne consumiamo poi tanto, all’interno di prodotti spesso preparati con farine raffinate e zucchero, sostenendo un regime alimentare che già contempla grassi di cattiva qualità. Dunque a oggi l’olio di palma sembra essere un fattore di rischio cardiovascolare. Non siamo sicuri, invece, di un danno oncologico: la cancerogenicità non è stata ancora accertata, anche se una sostanza che aumenta l’ossidazione può indurlo. Nel confronto con l’olio d’oliva, ovviamente, non c’è partita. Tutti gli studi fatti finora – conclude – dicono che l’olio extravergine è protettore (con alcuni oli di semi), gli altri oli aumentano il rischio in modo più o meno elevato a seconda del grasso usato. È difficile sostituire l’olio di palma perché quasi tutti i macchinari utilizzati sono tarati per quell’olio: la grandezza delle pale, la velocità sono fatti per amalgamarlo bene con gli altri ingredienti. Per un’azienda non è solo cambiare un componente, ma sostituire tutti i macchinari».
La situazione, dunque, appare ben diversa da quella raccontata dalla Malesia. E comunque, rimane un punto inoppugnabile. Il claim di prodotto nutraceutico ricevuto dall’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, ce l’ha l’olio extravergine di oliva, di certo non quello di palma. Su questo non ci piove.
Olio di palma rosso non raffinato
«L’olio di palma non è benefico per il cuore – concorda Marco Missaglia, medico e specialista in Scienza dell’alimentazione – Contiene un alto contenuto di grassi saturi, il 47 per cento. Quello di oliva ne ha solo il 14 per cento. E i grassi saturi sono aterogeni, se introdotti in quantità elevata possono determinare la progressione delle placche ateriosclerotiche sulle nostre arterie. Condizionano poi anche l’aumento del colesterolo (anche se non lo contiene) e dei trigliceridi. Dunque fanno male al cuore, ma anche al pancreas. I grassi saturi non devono superare il 10 per cento dei grassi totali assimilati giornalmente, dunque circa 20 grammi massimo al giorno in una dieta di duemila chilocalorie. Certamente – precisa – ci sono altri prodotti che hanno grassi saturi, il burro, lo stesso cioccolato, ma questo contiene anche polifenoli che hanno potere antiossidante. L’olio di palma – argomenta – per i processi di raffinazione cui è sottoposto perde tutte le componenti nutritive, i carotenoidi e le altre sostanze benefiche, a contrasto dei grassi saturi. Dire che è meglio (o meno peggio) dei grassi idrogenati come la margarina non è certo un vanto: oggi i grassi trans non li usa più nessuno e sono praticamente messi al bando. Va però detto che molte aziende stanno sostituendo l’olio di palma con quello di cocco che è pure più dannoso, contiene l’86 per cento dei grassi saturi. L’olio di palma – fa notare – è utilizzato ampiamente dall’industria alimentare perché costa poco, ha grande resa, è un grasso duro che rende i cibi cremosi, a cominciare da biscotti e merendine, quindi adattabile ai prodotti, e si conserva a lungo. Se dobbiamo fare un’eccezione, insomma, meglio una crostata al burro o un piatto di sciatt o pizzoccheri con il burro, consapevoli che l’eccesso dei grassi saturi non fa bene per la salute cardiovascolare».
Un altro aspetto controverso riguarda l’accusa di deforestazione per fare largo alla palma da cui ricavare l’olio. Ma anche qui arriva la smentita da parte del Mpoc. «Contrariamente a quanto affermato da alcune organizzazioni, la Malesia ha uno dei regimi di protezione delle foreste più virtuosi al mondo, come riconosciuto dalle Nazioni Unite e dalla Banca Mondiale. Si è inoltre impegnata a preservare il 50 per cento della superficie totale lasciandolo sotto copertura forestale, un impegno ambientale senza precedenti. In confronto, l'Italia ha conservato solo il 31 per cento sotto copertura forestale».
«La cosa indiscutibile in questi ultimi dieci anni è stata il consumo di oli vegetali per usi energetici. E il primo olio vegetale per usi energetici è l’olio di palma, prodotto principalmente da Indonesia e Malesia – ribatte Beppe Croce, responsabile nazionale agricoltura di Legambiente – Finora si sono abbattute foreste per far posto alla palma perché c’è stata una crescita della domanda dall’Europa, che è il primo consumatore al mondo di biodiesel con 14 milioni di tonnellate annue. L’Italia è il terzo o quarto consumatore mondiale, dopo Francia e Germania. Eni ha da poco annunciato una riconversione al biodiesel per gli impianti di Porto Marghera e probabilmente di Gela e lo farà, innanzitutto, importando olio di palma. La minaccia principale alla deforestazione viene però dagli allevamenti intensivi di bestiame e dalla soia utilizzata come mangime per l’allevamento zootecnico, e secondariamente dall’olio di palma come consumo energetico. In quei Paesi, infatti, sta cambiando la dieta e sta aumentando il consumo di proteine».